Blog Echosens Interesse a quantificare la steatosi

La steatosi epatica è definita come l’accumulo di grasso (principalmente trigliceridi) nel citoplasma delle cellule epatiche1.Echosens spiega in dettaglio i diversi aspetti di questa malattia, e l’interesse a quantificarla.

Rigidità del fegato Echosens

Questo sovraccarico deriva da uno squilibrio tra la produzione di trigliceridi da parte degli epatociti (dovuta a una mobilizzazione degli acidi grassi dal tessuto grasso di origine alimentare o a una diminuzione della loro ossidazione all’interno dei mitocondri) e la loro evacuazione nel sangue, sotto forma di lipoproteine.

La steatosi epatica (non alcolica) copre uno spettro di forme e gravità diverse:

1) steatosi non progressiva (non alcolica),

2) steatoepatite progressiva (non alcolica), accompagnata da uno stato infiammatorio e che può evolvere in fibrosi e cirrosi.

È quindi necessario che il medico sia in grado di riconoscere i pazienti con una forma progressiva per proporre un monitoraggio regolare e un’eventuale gestione terapeutica.

Fino ad oggi, nessun esame non invasivo permette la diagnosi di una di queste due condizioni, né ecografia né radiologia. L’istologia è ancora considerata il gold standard per la diagnosi di steatosi3. Ma la biopsia epatica è una procedura invasiva, difficile da proporre di routine per diagnosticare una patologia che rimarrà per lo più indolente4.

L’esame istologico non permette una quantificazione precisa della steatosi. A seconda dei metodi utilizzati, questo strumento misura, in tre-cinque classi, la proporzione di epatociti contenenti vacuoli di steatosi.

La quantificazione è molto grossolana e riflette solo la proporzione di epatociti affetti, senza alcun dato sulla quantità effettiva di trigliceridi epatici4. Inoltre, questo esame non è in grado di distinguere il quadro istologico della NASH da quello della steatoepatite alcolica (ASH), e solo interrogando il paziente si può escludere l’abuso di alcol.2.

Ultrasonografia e TAC possono diagnosticare una steatosi significativa, superiore al 30% nel grado istologico, ma una quantificazione più fine è impossibile. La risonanza magnetica (MRI) è un potente strumento per quantificare la steatosi, ma il suo uso sembra essere riservato più a studi di ricerca clinica e sperimentazioni terapeutiche che all’uso quotidiano di routine. In Francia, la risonanza magnetica è ancora piuttosto difficile da raggiungere e il suo costo non permette di considerarla come uno strumento per quantificare la steatosi su larga scala4. Nessuno di questi esami di imaging (ecografia, TAC e risonanza magnetica) permette di rilevare il grado di infiammazione o di fibrosi1.

Intervista al professor Victor de Ledinghen, capo del dipartimento di epato-gastroenterologia e oncologia digestiva dell’ospedale Haut-Levêque CHU di Bordeaux Pessac

Che interesse ha la quantificazione della steatosi?

La steatosi, che corrisponde a una presenza eccessiva di grasso nel fegato, non è pericolosa di per sé. D’altra parte, il rischio associato alla steatosi è che si sviluppino successivamente lesioni infiammatorie che porteranno a fibrosi, cirrosi e cancro. Si tratta della cosiddetta steatopatia metabolica, osservata soprattutto nei pazienti diabetici o nei soggetti obesi. È il primo stadio di una malattia che può diventare grave. In medicina, prima viene diagnosticata una malattia, meglio viene gestita. Quantificare la steatosi permetterà innanzitutto di diagnosticare molto presto una malattia potenzialmente mortale.

Inoltre, la steatosi rappresenta un fattore di gravità nell’epatite C e un fattore di rischio per le complicazioni in caso di trapianto di fegato.

Una volta fatta la diagnosi e messo in atto un trattamento, la quantificazione della steatosi permetterà anche di verificare se il trattamento è efficace o meno. Se diminuisce, il trattamento sarà considerato efficace, se no, si dovrà considerare un’altra gestione terapeutica.

Come si esegue un esame con FibroScan®?

FibroScan permette una misurazione totalmente non invasiva, semplice e indolore della fibrosi epatica. Questo esame, che utilizza la tecnologia VCTE™ (Vibration Controlled Transient Elastography) a 50 Hz, valuta l’elasticità del fegato. Il CAP™ (Controlled Attenuation Parameter), una nuova tecnica associata a quella del FibroScan, permette la misurazione della steatosi epatica e, soprattutto, la sua quantificazione, cosa che prima non era possibile. Il nuovo software permette di calcolare durante lo stesso esame il livello di steatosi (misurando l’attenuazione delle onde ultrasonore) e allo stesso tempo la fibrosi (misurando la velocità di propagazione di un’onda d’urto nel tessuto epatico), e questo con una sonda M o una sonda XL posta sulla pelle, a piombo rispetto al fegato e perpendicolarmente alla pelle. Questo esame può essere eseguito sia da medici che da infermieri, che sono stati precedentemente formati. La sua interpretazione è fatta da un medico, come con altre tecniche di imaging.

Quali sono i vantaggi rispetto alla biopsia?

La biopsia non è banale. Si tratta di una procedura invasiva con rischi significativi di complicazioni, il principale dei quali è l’emorragia che può essere fatale. È impossibile ripetere questo esame regolarmente, ogni 3 o 6 mesi, o anche ogni anno, e questo pone quindi grandi problemi per il monitoraggio dell’efficacia dei trattamenti. Inoltre, la biopsia epatica valuta solo circa 1/50 millesimo del fegato, mentre la sonda FibroScan valuta 1/500esimo del fegato, o 100 volte più parenchima epatico.

Quindi, una misurazione non invasiva FibroScan è teoricamente 100 volte più rappresentativa di una biopsia epatica. Più affidabile e senza rischi, questo esame può anche essere rinnovato a piacimento.

Che ne è dell’uso e del rimborso?

Attualmente, il FibroScan è coperto dal Fondo Nazionale di Assicurazione Malattia (CNAM) solo nei pazienti seguiti per l’epatite C, e non è quindi rimborsato in altre indicazioni.

È necessario continuare il suo sviluppo in altre patologie, come il diabete, l’ipertensione e l’obesità affinché il CNAM possa rimborsare l’esame in queste indicazioni. Il suo costo è quasi 30 volte inferiore a quello di una biopsia epatica.

In Francia, ogni reparto è dotato di almeno un FibroScan tradizionale; alcuni centri hanno anche attrezzature che combinano le due misure, fibrosi e steatosi. In futuro, il suo uso potrebbe essere esteso ad altre malattie, come la malattia alcolica, che rappresenta la prima causa di danno epatico in Francia.

Poiché la steatosi diminuisce con l’astinenza, la pratica di questo esame sarebbe un vantaggio considerevole nel monitoraggio dei pazienti e nella motivazione allo svezzamento.

Per lei, qual è l’interesse maggiore del CAP™ e del suo sviluppo?

Quello che è importante notare è che prima della comparsa del CAP, solo l’ecografia standard permetteva la diagnosi della steatosi, senza poterla realmente quantificare. L’ecografia epatica è in grado di mostrare la presenza di steatosi solo se rappresenta più del 30% del parenchima epatico. La PAC è oggi l’unico esame non invasivo che permette una reale quantificazione della steatosi. È significativamente più preciso, e questo è molto importante per la diagnosi e la prognosi dei pazienti.

Bibliografia:

  1. Van Hool M. Steatosi epatica e NASH. Il Journal of Medicine. 2005:356-360
  2. Oneta CM, Dufour JF. Diagnosi, prognosi e possibilità terapeutiche della malattia non alcolica del fegato grasso. Forum Med Suisse. 2003;37:862-8.
  3. Horsmans Y. Malattia non alcolica del fegato grasso. Leuven Med. 2000;119:S23-S25.
  4. Aubé C. Quantificare la steatosi epatica, perché, come? J Radiol. 2009;90:1675.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *