Jeffrey Eugenides – La macchina infernale, da Bursa a Detroit

L’affresco familiare si raddoppia come un lungo viaggio storico, A partire dalle colline del Monte Olimpo in Asia Minore e Smirne in fiamme, fino alla nebbia di San Francisco negli anni 70, passando per il Michigan, il proibizionismo, le fabbriche Ford, la nascita della Nation of Islam, le rivolte razziali del 1967, il movimento hippy. Così tanto per lo sfondo.

Ma soprattutto, nessuna eredità greca senza mito, tragedia, oracolo, Deus ex machina, e quelle cieche leggi del destino, alle quali nessun mortale può sfuggire. Perché se gli Olimpi vedevano di buon occhio le unioni incestuose, i travestimenti, i cambiamenti di genere, gli improvvisi cambiamenti di identità sessuale, le indecisioni di Madre Natura e la consanguineità, Edipo ne sapeva qualcosa. Così, quando la malizia degli dei incontra l’inesorabilità della provvidenza e l’ignoranza degli umani, la storia promette di essere esplosiva.

Bisogna anche dire che nei piccoli villaggi sulle colline di Bursa, non sono troppo pignoli sul libro di famiglia, e capita spesso, per mancanza di pretendenti nuovi arrivati in questi territori isolati, che si sposino tra cugini “alla maniera greca”. Ma dopo nove generazioni di queste unioni chiuse, i cromosomi cominciano a tirare fuori la lingua e ad aggrovigliarsi. Sorgono stranezze, geni recessivi che dormono in agguato, aspettando che il destino si metta in moto per ritrovare la loro metà perduta e diventare così geni dominanti; la Grande Catastrofe sarà il detonatore.

Così Desdemona ed Eleutherios Stephanides, entrambi cugini ma anche fratelli, approfitteranno del loro anonimato nel loro lungo viaggio verso Detroit per superare il proibito e sposarsi nel 1922. Il loro figlio sposò anche sua cugina, che diede alla luce Calliope Helen Stephanides, la narratrice* della saga. “Ricapitoliamo: Sourmelina non era solo mia zia, è anche mia nonna. Oltre ad essere i miei nonni, Desdemona e Lefty erano i miei prozii. I miei genitori erano miei cugini di secondo grado e anche mio fratello era mio cugino di terzo grado. “Quindi certamente, anche se Ex ovo omnia**, l’albero genealogico degli Stephanides richiede di prendere appunti.

La trasmissione del gene maledetto e le storie familiari raccontate come un’epopea lasciano il posto, a metà del libro, al “caso” di Calliope, candida vittima delle turpitudini ereditarie, di quella spada di Damocle che pende su ogni culla. Si scivola quindi dalla saga classica al romanzo introspettivo e realista, dove il respiro della storia lascia il posto alle teorie mediche e al road movie di un adolescente alla ricerca di se stesso. Se il medico che l’ha messa al mondo l’ha dichiarata “ragazza”, ci vorrà a Calliope, ora Cal, una buona dose di audacia, perseveranza e resistenza all’incommensurabile stupidità e falsità dei ciarlatani psico-ormonali per prendere in mano la sua vita e assumere se stessa come un ragazzo.

Perché Calliope/Cal è un perfetto ermafrodita, geneticamente maschio ma con due organi sessuali, cresciuto come una ragazza nella completa ignoranza della sua specificità, a causa della cecità medica. Se questi fatti contraddittori si sono tenuti insieme durante la prima infanzia, lo sconvolgimento ormonale dell’adolescenza porterà scompiglio nel corpo e nel cuore di Calliope/Cal, e lei non sarà più in grado di trovare la sua strada. Il libro si trasforma in un’accusa al vetriolo contro gli strizzacervelli, i sessuologi e gli endocrinologi di ogni tipo, che guardano e palpeggiano questi ermafroditi con una malsana pietà e li considerano prima di tutto come malati da curare e “riconfigurare”, ovviamente senza chiedere la loro opinione. La scelta di assegnare loro un sesso o l’altro, di mutilarli in modo permanente, di alimentarli forzatamente con ormoni, varia secondo la moda, la risonanza di un articolo, la fama di un sessuologo, l’audacia di una nuova teoria.

Ma Calliope/Cal vede da lontano il ciarlatano gonfio di ego che scava nella sua intimità e le fa guardare porno a chilometri per “studiare” le sue reazioni (l’adolescente ha allora solo 14 anni e siamo negli anni 70!); lei/lui gioca con le certezze e i pregiudizi dello pseudo-dottore con astuzia consumata, prima di schioccare le dita e fuggire verso la West Coast per partire finalmente per la sua verità, lasciando il suo “sesso riproduttivo” molto indietro.

Jeffrey Eugenides possiede, da parte sua, la doppia appartenenza culturale, americano di nascita, greco per DNA. Il romanziere evita la trappola del romanzo a tema un po’ soffocante che avrebbe afflitto la narrazione. Prende strade secondarie, si concede digressioni poetiche e sottili, sa guardare il mondo dall’alto di un bambino e di un adolescente, descrive con estrema delicatezza ciò che può essere rimasto di greco nella vita dei freschi emigranti, notando anche con un po’ di malinconia il contrasto tra il mondo degli uomini e delle donne, dei bianchi e dei neri, della vecchia Europa e del Nuovo Mondo, delle tradizioni e del modernismo, e naturalmente del destino e del libero arbitrio.

Middlesex è un po’ tutto questo, dalla coltivazione della seta in Asia Minore all’inizio del XX secolo, agli argomenti dei sostenitori dell’acquisito contro l’innato un secolo e mezzo dopo, attraverso gli occhi di un essere un po’ ai margini, e quindi particolarmente ben posizionato per riprendere il filo della piccola e grande Storia. È soprattutto una riflessione senza dogmatismi o risposte brutalmente affermate su questo sesso “intermedio” che si scontra con la nozione di “normalità”, non così normale. “Ci sono sempre stati ermafroditi, sempre. Secondo Platone, il primo uomo era un ermafrodita, metà uomo e metà donna. Poi le due parti si sono separate. Ecco perché tutti cercano l’altra metà. Tranne noi. Abbiamo già le nostre due metà.”

*Calliope, musa della poesia e dell’eloquenza

**nelle Metamorfosi – Ovidio

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