La NATO e la guerra del merluzzo

La rottura tra Londra e Reykjavik, consumata dal 19 febbraio, avrà sorpreso solo coloro che avevano rifiutato in precedenza di prendere molto sul serio questa “guerra del merluzzo” che oppone due membri della NATO da quasi vent’anni per qualche tonnellata di pesce. L’Islanda, è vero, aveva fatto così tanto uso di questa minaccia, in particolare nel 1973 e nel gennaio scorso, che si poteva immaginare che non l’avrebbe portata a termine.

Il “profondo rammarico” espresso oggi a Bruxelles e lo “stupore” un po’ sdegnoso mostrato dalla stampa britannica non devono illuderci. Tutti gli elementi erano in atto da diverse settimane perché la crisi raggiungesse questo livello di gravità. Lo stesso Joseph Luns, il mediatore nominato e, questa volta, infelice, tra l’Islanda e la Gran Bretagna, non ha perso l’occasione per sottolineare, negli ultimi tempi, quanto la situazione “fosse diventata seria”. I più noti sono quelli economici. L’Islanda, un piccolo paese di duecentomila abitanti, ricava ancora il 90% delle sue risorse esterne dalla pesca.

Estendendo unilateralmente le sue zone di pesca nel 1957, 1972 e 1975, alla fine fino a 200 miglia, Reykjavik si è sentita giustificata in un senso di “urgenza nazionale” di fronte ai concorrenti – gli inglesi, in particolare – che, secondo gli islandesi, avevano altri modi per riqualificare i loro pescatori. I rapporti degli esperti, scritti nel 1975 e che raccomandavano di limitare il tonnellaggio complessivo delle catture di merluzzo a 250.000 tonnellate se si voleva evitare l’estinzione della specie, avevano spinto l’Islanda ad applicare la regola delle 200 miglia di propria iniziativa, senza aspettare i risultati della conferenza di New York, che senza dubbio l’avrebbe resa molto presto una norma internazionale. Alla fine degli ultimi negoziati condotti dal signor Luns, solo 10.000 tonnellate separavano le posizioni islandesi e britanniche, e si poteva sperare in un accordo “definitivo”. In realtà, le considerazioni politiche e persino sentimentali hanno giocato un ruolo decisivo. Inviando le fregate della marina per proteggere i pescherecci di Sua Maestà dall’assalto della vecchia guardia costiera islandese, Londra mostrava agli occhi di Reykjavik un’inaccettabile “arroganza imperiale”

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