Les Presses de l’Université d’Ottawa | University of Ottawa Press (Italiano)

1La laicità è uno spazio pubblico all’interno dello stato dove ognuno, per dirla con gli stoici, può erigere quella cittadella inespugnabile che è la coscienza umana. Di per sé, questa coscienza è libera. I molti quadri di costrizioni fisiche, psicologiche o politiche che la storia offre, tuttavia, e la paura che questi tormenti ispirano, possono portare alla sottomissione della coscienza, limitare il suo campo d’azione, e distruggerla. La coscienza è dunque libera, o non lo è. Per questo, negli Stati democratici, si sviluppa ogni mezzo per proteggere la libertà di coscienza dei cittadini. Questa protezione si basa sull’educazione. La libertà di coscienza presuppone l’autonomia intellettuale, cioè un atteggiamento critico e razionale nei confronti delle idee, ma presuppone anche la neutralità in materia di religione, per non imporre a nessuno comandamenti diversi da quelli della legge civile che sono stati oggetto di dibattito pluralista, di consenso sociale e di compromesso politico. Così, si può sostenere che non esiste una vera libertà di coscienza negli stati religiosi o in quelli in cui l’aspetto dogmatico della fede si mescola con l’aspetto dinamico e storicamente mutevole del mondo politico. Quando la verità diventa una questione di stato, la coscienza cessa di essere libera.

2Le discussioni sulla laicità non dovrebbero ruotare intorno all’esclusione di questo o quel culto, di questo o quel credo, di questa o quella manifestazione del religioso. Si tratta piuttosto delle condizioni necessarie alla tolleranza negli stati democratici. Soprattutto, bisogna stabilire se, nelle funzioni che rappresentano lo Stato, è accettabile che gli agenti che lo rappresentano manifestino apertamente la loro appartenenza a questa o quella religione e se queste manifestazioni compromettono la necessaria neutralità dello Stato in materia di libertà di coscienza.

3Se non si possono dedurre le convinzioni profonde di un individuo dai soli segni religiosi che porta, è tuttavia illegittimo dedurre qualcosa da essi? In effetti, sarebbe pericoloso dedurre dal semplice fatto di indossare un segno religioso apparente da parte di un funzionario pubblico che egli sia in violazione delle leggi, e che egli approvi necessariamente, per esempio, la disuguaglianza tra uomini e donne, mettendosi così in contrasto con uno dei fondamenti delle moderne democrazie liberali occidentali. Tuttavia, non è irragionevole credere che il cittadino comune, di fronte a questi segni, deduca un tacito consenso a questa disuguaglianza. L’apparenza dell’assenso è la prova di tutto. Nel contesto della rappresentanza diretta dello Stato, o nell’applicazione delle leggi civili, non ci può essere alcun dubbio che questa rappresentazione o questa applicazione sia motivata da qualcosa di diverso dall’obiettività della legge. Da qui la necessità di limitare la libertà individuale – quella del funzionario pubblico – nell’interesse comune.

4 D’altra parte, lo Stato deve evitare di legiferare in modo tale che l’eliminazione della religione dallo spazio pubblico in nome della laicità comporti una limitazione indebita della libertà di coscienza dell’individuo. Una libertà che non può essere esercitata non è più una libertà. Non si può sostituire un fondamentalismo con un altro.

5Come si vede, il secolarismo è una matassa difficile da sbrogliare. Troppo rigida, sacrifica la libertà di coscienza e tende a gerarchizzare i diritti; troppo lasca, svuota di ogni contenuto l’imparzialità dello Stato in materia religiosa.

  • 1 “La Francia è una Repubblica indivisibile, laica, democratica e sociale”, Costituzione del (…)

6Non possiamo nemmeno parlarne in modo puramente teorico. La tradizione del diritto e la storia hanno il loro peso se vogliamo pensare di rafforzare la laicità di un determinato stato. Il Nord America non è l’Europa. Non affronta la questione dell’immigrazione allo stesso modo del Vecchio Continente. Le questioni e i problemi sono diversi. Il primo non ha vissuto guerre di religione come il secondo. La storia nordamericana tende a conservare un posto per la religione nella sfera pubblica. Questo si trova anche sulla moneta degli Stati Uniti – In God we trust – e apre solennemente la Costituzione canadese del 1982: Whereas Canada is founded on principles that recognize the supremacy of God and the rule of law. La questione della laicità non può dunque essere posta negli stessi termini in Canada come in Francia, dove questo principio è oggetto di una dichiarazione costituzionale esplicita.1 Infine, l’Europa è composta da diversi stati nazionali, mentre il Nord America ne ha solo uno: il Quebec. Non è quindi sorprendente che le soluzioni propugnate dal governo del Québec riflettano una sensibilità verso le soluzioni proposte in Europa, in particolare nei paesi latini, piuttosto che quelle derivanti dalle tesi del multiculturalismo ispirate ai modelli anglosassoni. Non deve nemmeno sorprendere che la questione della laicità dello Stato sia sollevata in Québec piuttosto che altrove nell’America del Nord, poiché per il Québec è una questione che gioca un ruolo identitario. In questo senso, la laicità non è per il Quebec un modo di rifiutare l’altro, ma rappresenterebbe piuttosto un tentativo di inscrivere l’identità in una riflessione moderna sul senso dello Stato.

  • 2 Si comprenderà allora il ruolo cruciale che può svolgere la distribuzione territoriale dei giudici Co (…)

7Una delle particolarità del diritto costituzionale canadese rispetto agli Stati Uniti, o anche alla Francia, è che non tutto è scritto nella Costituzione. Mentre una parte della legge che governa il Canada si trova effettivamente nei testi costituzionali del 1867 e del 1982, una parte di essa risiede nelle convenzioni costituzionali e nel diritto comune. Questa mancanza di un testo unico fa sì che l’interpretazione delle leggi sia lasciata ai giudici, i quali, in molte decisioni, fanno riferimento a un concetto dai contorni mal definiti: l’evoluzione della società. 2 Tuttavia, la questione della laicità dello Stato sembra essere un dibattito quebecchese in Canada, il che conferma ulteriormente, se ce ne fosse bisogno, lo speciale status sociale del Québec in Canada. In un sistema in cui l’interpretazione delle leggi si basa in parte su questa nozione evanescente dell’evoluzione della società, c’è un vantaggio nel non avere, all’interno della società nel suo insieme, un’altra società, una “società distinta”. L’esistenza di una tale società distinta apre inevitabilmente la porta a interpretazioni contrastanti e compromette la coerenza giuridica dei principi dei trattati. Il diritto, il principio di coerenza delle nazioni, è allora minato.

8La polarizzazione dei dibattiti sulla laicità nella primavera del 2014 si è intersecata in Québec quasi perfettamente con la tradizionale divisione tra i federalisti canadesi, contrari al progetto quebecchese di una carta della laicità in generale, e i nazionalisti del Québec, che la vedono come il normale completamento della secolarizzazione iniziata nei primi anni ’60 con la rivoluzione tranquilla.

  • 3 La divisione dei media nel dibattito sulla riproduzione delle vignette di Maometto, dopo la (…)

9Il desiderio di trasporre in Québec una visione della laicità largamente ispirata al modello francese si scontra tuttavia con la realtà storica di un paese che, pur accettando il religioso negli affari dello Stato (si penserà qui, tra gli altri, all’Ufficio federale della libertà religiosa o ai consigli scolastici confessionali dell’Ontario), non è tuttavia per questo un gulag delle coscienze. La volontà del Quebec è anche sfidata da una visione del diritto in cui, come abbiamo visto, l’evoluzione della società gioca un ruolo. Le realtà di questa evoluzione non sono le stesse a Calgary come a Montreal. A questo proposito, il progetto di carta dei valori laici del Parti Québécois era destinato ad essere contestato all’infinito davanti ai tribunali dei diritti umani. Infine, sottolineiamo il paradosso creato da questo progetto di creare uno spazio pubblico neutro per promuovere la libertà di coscienza, mentre si ricorre alla clausola notwithstanding, quando questa libertà di coscienza vuole essere espressa apertamente. Il problema qui era tanto il posto reale delle questioni sociali del Quebec all’interno del Canada, quanto il messaggio contraddittorio inviato ai nuovi arrivati su come la loro diversità, anche quella religiosa, sarebbe stata accolta nello spazio pubblico. Come provincia del Canada, il Quebec deve, volens nolens, adattarsi al modello canadese. Questo modello, il multiculturalismo, ha una posizione molto liberale riguardo all’espressione della religione nello spazio pubblico, una posizione liberale che probabilmente mostra tanto un’apertura quanto un’incapacità di pensare al problema della religione all’interno dello stato.3

10Se le religioni fossero libere dal crimine, probabilmente non ci sarebbe bisogno di regolamentarle così tanto. È perché non possono convincere tutti gli uomini con la sola ragione che le religioni a volte hanno bisogno della violenza. In effetti, il ricorso alla brutalità non è necessario per le verità della ragione, come quelle della matematica o della geometria; ma per persuaderci che è possibile dividere i mari, camminare sulle acque, o stendere le dita per dissetare 1400 uomini, può essere utile ricorrere a uno strofinaccio o alle virtù esplicative delle tenaglie. In effetti, qualsiasi cosa basata su una credenza cieca, che sia una credenza in Dio, nel proletariato, nella razza superiore, ecc., si affida come ultima risorsa alla forza fisica o alla coercizione psicologica. Al contrario, quando ci si affida alla ragione e alle sue dimostrazioni, si finisce generalmente per avere due convinzioni: la certezza che c’è nel nostro mondo, nonostante le sue costrizioni, un posto per l’uomo, che caratterizza l’umanesimo; e la certezza che ciò che non si conosce è più grande di ciò che si conosce, non c’è altra posizione morale, nella società, che la tolleranza, che giustifica il laicismo.

  • 4 Condorcet, Cinq mémoires sur l’Instruction publique, Paris, GF-Flammarion, 1994, p. 78.

11La ragione è un principio di unità. Tutti possiamo arrivare alle verità della geometria. Ogni uomo, in fondo, è un parvenu della ragione. La fede, d’altra parte, è un fattore divisivo, perché non è ovvio a tutti che un angelo visitò una giovane ragazza rosa per dirle che era incinta, e che lo stesso angelo afferrò poi un mandriano per la gola per fargli recitare un messaggio dal cielo. Ora, poiché il benessere degli uomini richiede che vivano in società, sembra più utile incoraggiare ciò che rende migliore l’unità umana piuttosto che ciò che promuove gli scismi. Uno stato che si preoccupa della felicità dei suoi cittadini non può quindi essere religioso. Deve sostenere idee chiare e distinte, i principi dell’unità, e lo fa, non con la coercizione, ma con l’educazione. Condorcet, nelle sue Cinque Memorie sull’Educazione Pubblica, vedeva l’educazione come la fonte di tutte le libertà e le liberazioni. Egli scrisse: “Ma ora che si riconosce che solo la verità può essere la base di una prosperità duratura, e che l’illuminazione sempre crescente non permette più all’errore di lusingarsi di un impero eterno, lo scopo dell’educazione non può più essere quello di consacrare le opinioni stabilite, ma, al contrario, di sottoporle al libero esame delle generazioni successive, sempre più illuminate. “Questo libero esame si estende alle opinioni religiose, che devono essere tenute non come verità al di là di ogni discussione, ma come semplici opinioni, come tutte le altre, soggette alle regole della discussione e dell’arbitrato delle coscienze. Lo Stato che, per Condorcet, aveva ereditato le conquiste della Rivoluzione non poteva permettere che il popolo ricadesse nei vecchi errori. Per lui, come per i filosofi dell’Illuminismo, l’educazione doveva permettere all’individuo di non sottomettere la sua ragione a quella degli altri, soprattutto quando questa ragione era quella del più forte, sia che il suo braccio fosse armato di una spada secolare o degli attributi secolari della religione: la spada e l’alfange. Per questi uomini, le cui idee sono alla base delle nostre società moderne, era della massima importanza che la religione fosse relegata alla sfera privata e che le opinioni non fossero mai insegnate come verità. La società genuinamente umana sorge su principi razionali; il pregiudizio forma la feccia di tutti i dispotismi.

  • 5 Jean-Jacques Rousseau, Prima lettera scritta dalla montagna, in Œuvres complètes, tome iii, Di (…)
  • 6 Ibidem, p. 705.
  • 7 La coscienza, l’intelligenza, l’umorismo, la gentilezza, la tolleranza, ecc. sono attributi dell’ind (…)
  • 8 John Locke scrisse nella sua Lettera sulla tolleranza: “Lo stato, secondo le mie idee, è una società di (…)

12Rousseau sosteneva ai suoi tempi che la religione poteva essere dannosa per lo stato. Scrisse in un piccolo testo politico che tutti gli stabilimenti umani “sono fondati sulle passioni umane e sono conservati da esse: ciò che combatte e distrugge le passioni non è quindi adatto a rafforzare questi stabilimenti”. Come può ciò che stacca il nostro cuore dalla terra darci più interesse per ciò che vi si fa? Come può quello che ci occupa solo di un altro paese attaccarci di più a questo? 5 “Poiché non gli sembrava possibile sradicare la religione, propose al legislatore di stabilirne una che avrebbe contenuto tutte le leggi della morale senza includere nulla dei dogmi della fede; in primo luogo perché questa educazione morale sarebbe stata un bene utile per la società civile, e in secondo luogo perché non sembrava che la parte dogmatica inerente ad ogni religione potesse essere salvata per mezzo di interpretazioni e dispute teologiche.6 6 Se è importante preservare l’indipendenza di ciò che appartiene alla sfera privata, il mondo che appartiene alla sfera pubblica non deve essere sottomesso. Lo Stato deve garantire la libertà di coscienza, ma mantenerla entro i limiti della vita individuale in modo che non diventi tirannico. Una delle idee chiave della separazione tra Chiesa e Stato è che la coscienza è sempre individuale, mai collettiva. Quando Cartesio ricostruì l’edificio della filosofia che era stato scosso dal dubbio radicale, lo fece sulla base di un principio, il cogito, il cui riconoscimento è prima di tutto individuale; è sempre universalizzabile solo dopo il fatto, e universalizzabile in termini di particolare. Le coscienze individuali non si sommano, non formano un insieme più grande che sarebbe una coscienza collettiva. Per farlo, sarebbe necessario postulare un soggetto collettivo a cui attribuire questa coscienza7. 7 Tuttavia, è una caratteristica degli stati dispotici postulare soggetti collettivi. Ponendo la libertà di coscienza, gli Stati democratici affermano semplicemente il principio che i diritti e le libertà sono costruiti sull’individuo. L’articolo 2 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 afferma chiaramente: “Lo scopo di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e inalienabili dell’uomo”, cioè il fondamento della politica è prima di tutto l’individuo8. 8 Tuttavia, gli atti di questa coscienza individuale non devono essere arbitrariamente imposti agli altri, da qui la necessità di limitare la sua espressione ai confini della sfera privata, specialmente in aree che sono eminentemente soggettive, come la religione. È perché questa coscienza è il fondamento della nostra conoscenza delle cose e, in termini moderni, l’architetto del nostro essere-nel-mondo, che deve essere protetta, difesa ed educata. Non si può quindi parlare di ostacolo al suo libero esercizio, da cui la protezione della libertà di coscienza, anche in materia religiosa. Ma il fatto che possa essere difeso non significa che debba essere imposto a tutti. La discrezione è l’unica virtù che, con il suo silenzio, si dà tuttavia da sentire, l’unica che emerge cresciuta dal suo annullamento, l’unica che, invisibile, dà tutto da vedere.

  • 9 John Rawls, Teoria della giustizia, Paris, Seuil, coll. “Points Essais”, 2009, p. 280.

13Quelli che difendono la libertà a tutti i costi di solito dimenticano che la libertà era in bella vista in cima alla porta di Auschwitz: Arbeit macht frei. Come possiamo vedere, l’abuso delle parole le svuota del loro significato. Quando parliamo di libertà di coscienza, dobbiamo evitare di usare la parola libertà per giustificare la sottomissione della comunità da parte dell’individuo, e di usarla come argomento ultimo per imporre agli altri ciò che gli altri rifiutano. Se in uno Stato libero chiunque è pienamente libero di credere ciò che vuole, se in uno Stato libero l’individuo ha il diritto di credere ciò che vuole, ciò non implica che lo Stato abbia il dovere di assicurare all’individuo la libertà assoluta di esercitare questo diritto ovunque e nonostante tutto. “La libertà può essere limitata solo in nome della libertà stessa”, ha detto Rawls. Il fatto che viviamo in una società significa che accettiamo che la nostra libertà individuale sia talvolta limitata dalle prerogative del gruppo in cui viviamo. Eppure queste limitazioni, in una democrazia, sono accettabili solo se permettono la coesistenza pacifica di libertà individuali talvolta antagoniste.

14 Si può parlare di libertà di coscienza in società con religioni ufficiali, dove i cittadini sono condizionati fin dall’infanzia a credere in certi dogmi, a praticare certi riti, ad avallare i pregiudizi della fede come un abito alla moda, a condividerne le proibizioni, le proscrizioni e i tabù? Non sarebbe meglio che lo Stato riservasse uno spazio di neutralità e di educazione, dove il cittadino, libero da ogni “versione ufficiale” del pensiero, possa aprirsi a qualcosa di diverso da sé? La libertà di coscienza è veramente libera solo quando si ha la libertà di cambiarla, di metterla in prospettiva. Uno stato laico promuove questa libertà. Per pensare da soli, bisogna cominciare ad uscire da se stessi. La laicità è quindi prima di tutto uno spazio pubblico fuori di sé.

15Una decisione democratica non è necessariamente vera dal punto di vista logico, né è necessariamente giusta dal punto di vista morale. Di solito è il risultato di un compromesso. È una parodia della democrazia quando si trasforma in una dittatura della maggioranza. Ma un compromesso può essere raggiunto solo relativizzando la propria opinione, convincendosi che non è l’unica opinione valida e universale, vera da sempre. Staccare il religioso dallo Stato significa indicare che per lo Stato democratico tutto può essere oggetto di compromesso, tranne, ovviamente, i principi di libertà che danno origine al compromesso stesso. Questa cultura del compromesso manifesta, dal punto di vista politico, l’emergere dell’umanesimo, cioè l’idea che tutto, comprese le opinioni religiose, è a misura d’uomo e che l’uomo è la misura di tutte le cose. Inoltre, poiché l’uomo è al centro dell’associazione politica, è naturale che sia anche il metro con cui misurare le idee che naturalmente emergono nella società. In definitiva, nell’universo sociale, l’uomo è fine a se stesso. Questo è un punto d’incontro tra laicità e umanesimo.

16I testi raccolti in questo libro non difendono una tesi particolare sulla laicità e l’umanesimo. Piuttosto, formano un insieme di riflessioni polifoniche che si presentano come un contributo filosofico, giuridico, politico, sociologico alla questione della neutralità religiosa dello Stato.

17Thomas De Koninck affronta la questione della laicità dalla prospettiva dell’identità, insistendo sui diritti dell’identità specificamente umana; Jacques Dufresne, da parte sua, si interroga sulla nozione di umanesimo nell’epoca del cyborg e sui ripetuti richiami al transumanesimo da parte di una modernità che sembra credere che il pensiero si rinnovi appendendo il prefisso “post” a vecchie idee; Georges Leroux prende di mira le principali questioni di neutralità religiosa rispetto alla laicità della scuola; il giurista Guillaume Rousseau, da parte sua, riflette sulla questione della laicità dal punto di vista del diritto comparato; il sociologo Mathieu Bock-Côté esamina la legge 60 sulla laicità, che era la proposta di legge del Parti Québécois, dal punto di vista dell’identità, una critica del multiculturalismo, e l’apertura, attraverso la laicità, di un mondo comune; Normand Baillargeon scompone i concetti di laicità repubblicana e di laicità aperta, ed esamina le principali sfide che ci attendono. Abbiamo anche pensato che sarebbe interessante presentare una cronaca dei dibattiti del Quebec sulla laicità nella primavera del 2014. Questa rubrica è di Mohamed Lotfi, la cui penna agile cattura le questioni concrete in gioco nella questione, oltre a portarla fuori dal cerchio accademico. Alla fine della raccolta c’è un testo di Voltaire sulla tolleranza, una riflessione classica se mai ce ne fosse una. L’obiettivo qui era di collocare la sostanza delle questioni affrontate dagli autori in una prospettiva storica, e di illustrare la permanenza di un dibattito di cui questo libro vuole essere uno dei tanti echi.

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