Un ritorno all’economia della spesa pubblica

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B. … SCOPO DI UNA SFIDA TEORICA RADICALE

Le critiche tradizionali sulla capacità della spesa pubblica di contrastare una flessione ciclica sono state amplificate con la formulazione della tesi inversa, che una politica fiscale restrittiva avrebbe effetti economici favorevoli.

Gli effetti positivi di una politica fiscale che comporta una riduzione della spesa pubblica passerebbero attraverso quattro canali di trasmissione:

1) La riduzione della spesa pubblica indurrebbe un’anticipazione di tasse più basse che aumenterebbe il reddito previsto delle famiglie. Sarebbe all’opera la seguente catena di eventi: gli agenti consumano in base al loro reddito futuro atteso e le loro aspettative su questo punto sono favorevolmente influenzate dalle prospettive offerte dall’allentamento del vincolo di bilancio del governo. Queste prospettive sono tanto migliori quanto più la riduzione della spesa pubblica è percepita come permanente (Giavazzi e Pagano, 1990).

2) L’attesa riduzione delle tasse porterebbe a un’aspettativa di aumento della produzione e del reddito, poiché gli agenti prevedono che gli effetti distorsivi della tassazione saranno ridotti. A causa di queste anticipazioni, l’aumento del consumo attuale sarebbe maggiore della diminuzione iniziale della spesa pubblica (Perotti, 1999).

3) La riduzione dell’occupazione pubblica e la diminuzione prevista della tassazione del lavoro porterebbero a una diminuzione dei salari, aumentando così i profitti delle imprese, che promuoverebbero gli investimenti (Alesina et al.,2002).

4) La riduzione della spesa pubblica creerebbe un’aspettativa di un calo duraturo dei tassi di interesse a breve termine, che abbasserebbe immediatamente i tassi a lungo termine, e aumenterebbe gli investimenti. Questa caduta dei tassi d’interesse può essere indotta dalla prospettiva di una domanda più debole o di un debito pubblico inferiore.

Perché queste catene teoriche siano all’opera, devono essere verificate diverse ipotesi.

Prima ipotesi: la politica fiscale non ha effetti favorevoli nel breve/medio periodo. Il ragionamento è fatto in un quadro classico: l’output è vincolato dall’offerta e non dalla domanda.

Seconda ipotesi: gli agenti anticipano l’output futuro secondo uno schema neoclassico dove l’output dipende negativamente dalle tasse a causa del loro impatto sulle condizioni di offerta (aumento dei prezzi dei fattori), invece di dipendere positivamente dalla spesa pubblica.

Terza ipotesi: gli effetti di anticipazione sono più importanti degli effetti di liquidità. Un aumento della spesa pubblica porta sì a un aumento del consumo da parte delle famiglie finanziariamente vincolate, ma provoca anche una diminuzione del consumo da parte delle famiglie non vincolate. Infatti, anticipano un futuro aumento delle tasse quando la spesa pubblica aumenta e lo associano a un calo della produzione.

Quarta ipotesi: gli agenti anticipano che la futura politica fiscale non beneficerà degli effetti di un aumento del PIL in seguito a uno stimolo della politica fiscale attuale. In altre parole, la politica fiscale non crea le condizioni economiche per il suo autofinanziamento.

Quinta ipotesi:quindi, l’aumento osservato del deficit pubblico porta necessariamente a un aumento della pressione fiscale nei periodi futuri per quest’ultima ragione.

Sesta ipotesi: dato che richiede un aumento delle tasse, l’aumento della spesa pubblica alla fine riduce il prodotto potenziale.

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